All’attenzione del Ministro, Prof. Gaetano Manfredi

 e p.c. al Presidente del CUN, prof. Antonio Vicino

RACCOMANDAZIONI DELLA CONSULTA DELL’AREA 14

Le ingenti risorse che il Decreto-Legge 19 Maggio 2020, n. 34 destina alla ricerca di base sono un segnale politico decisamente positivo, la manifestazione tangibile della volontà del Ministro, il prof. Gaetano Manfredi, a dare risposte adeguate alle sfide che l’intero sistema universitario si trova ad affrontare. A circa tre anni dal precedente bando PRIN, questa ripartenza sembra pertanto nascere sotto buoni auspici: per la prima volta dall’avvio della lunga fase di ridimensionamento (sottofinanziamento) di questo comparto strategico per il futuro del Paese, c’è un’inversione di tendenza degna di nota. La Consulta delle Scienze politiche e sociali non può che salutare con convinto favore quest’impegno. Al tempo stesso, però, le comunità scientifiche che nella Consulta di raccolgono e si riconoscono, altrettanto convintamente ritengono di dover portare all’attenzione del Ministro alcune criticità che, se non messe a fuoco e superate, rischiano di vanificare – o quantomeno di vederne significativamente attenuato – l’impatto scientifico-culturale e sociale del piano di investimenti cui si è messo mano. L’esperienza del PRIN 2017 è, sotto questo profilo, molto istruttiva. Le significative e per certi versi apprezzabili novità allora introdotte, non hanno contribuito, nella loro concreta attuazione, ad avviare processi virtuosi di superamento degli squilibri nei – e delle opacità dei-  processi di allocazione delle risorse. Si è consapevoli che critiche e malumori accompagneranno sempre questi passaggi. Il punto però non è questo. Il punto è comprendere invece le ragioni per cui quelle novità –  che non si limitarono all’incremento delle risorse stanziate ma riguardarono l’intero impianto del Bando: dalle regole per la composizione dei network a quelle per la valutazione e la erogazione delle risorse fino all’attivazione di due nuovi assi di finanziamento (quello dedicato al SUD e quello dedicato agli under 40) – non si sono trasformate in effettive opportunità per uno sviluppo diffuso e omogeneo della ricerca nel nostro Paese, ma, al contrario, in vincoli irragionevoli e in tortuose procedure decisionali

La Consulta, come ha fatto già in altre occasioni, intende contribuire con spirito costruttivo alla riflessione, richiamando l’attenzione su quelle cha appaiono le più vistose criticità.   

1. Disparità di trattamento all’interno dell’ERC del dominio SH rispetto ai domini PE e LS

Alcuni documenti prodotti dal CUN hanno giustamente evidenziato come “l’articolazione in panel (ERC) abbia raggiunto livelli molto dettagliati per alcuni ambiti di ricerca risultando invece piuttosto sommaria per altri” e come “l’identificazione mediante descrittori (keywords) non è stata uniformemente capillare” (CUN 2016). In particolare, le Life Sciences (LS) e Physical Sciences and Engineering (PE) accolgono al loro interno sia descrittori molto generali corrispondenti alla ricerca di base sia descrittori molto particolareggiati corrispondenti agli sviluppi empirici delle discipline. Le Social Sciences and Humanities (SH) sono invece caratterizzate da una relativa assenza di descrittori generali, relativi ai fondamenti analitico-epistemologici di queste discipline, mentre contengono descrittori che corrisponderebbero ai “problemi” sociali di cui ci si aspetta che si occupino. Questa disparità deriva dall’impostazione originaria dell’ERC e successivamente del programma Horizon 2020 nel quale alle scienze umane e sociali era stata assegnato un ruolo, ancillare rispetto alle “scienze hard”, di indagine dei problemi sociali ai quali le scienze hard avrebbero dovuto dare risposte concrete. Nonostante successive correzioni, i descrittori ERC ancora scontano quell’originaria impostazione che di fatto non riconosce alle scienze umane e sociali uno statuto epistemologico che le distingue dalle scienze hard – ma non per questo è meno scientifico – e fra di loro.

Per questo la Consulta esprime (forti) perplessità in merito all’uso dei settori ERC per la valutazione di progetti nell’ambito di bandi competitivi finanziati da istituzioni nazionali e riservati a studiosi italiani. Mentre il sistema universitario nazionale risulta organizzato su una classificazione dei saperi in base alla logica dei campi disciplinari e sotto-disciplinari, il sistema ERC risulta costruito su una logica mista (discipline e temi) che genera di per sé confusione e distorsioni nel processo valutativo. In questo quadro, sembra preferibile affidare l’individuazione del tema/oggetto del progetto alle voci del repertorio di parole chiave (CUN) e ampliare la platea dei possibili valutatori (esigenza condivisibile soprattutto in presenza di settori scientifico-disciplinari numericamente esigui) attraverso l’indicazione da parte de* proponent* dei settori scientifico-disciplinari coinvolti nel progetto o rilevanti ai fini della sua valutazione.

1.b: Irregolarità della periodizzazione del bando.

Dal 2012 l’intervallo tra bandi è sempre più lungo e non regolare. Inoltre, i processi di selezione dei progetti si sono svolti con tempi molto lunghi con il risultato che nell’ultima tornata i decreti di finanziamento relativi al bando del 2017 sono stati emanati nel Giugno 2019.

Questa situazione determina incertezza e causa la presentazione, per ogni bando, di un numero elevato di progetti che, a sua volta, allunga i tempi per la selezione e produce un numero elevato di progetti non finanziati. Il rischio che deriva è l’esclusione di interi settori e intere tematiche dai finanziamenti nazionali PRIN per un lungo periodo di tempo. Suggeriamo quindi di prevedere il principio della regolarità nella pubblicazione dei bandi e una periodizzazione annuale o, al massimo, biennale degli stessi. Un bando annuale o, almeno, biennale che finanzi progetti di durata triennale, permetterebbe infatti una migliore distribuzione dei progetti di ricerca su bandi differenti permettendo un processo di selezione più veloce e un tasso maggiore di progetti finanziati.

2. Revisione delle caratteristiche richieste ai progetti

Le criticità riguardanti le caratteristiche richieste ai progetti attengono almeno a due aspetti. Il primo concerne il costo massimo previsto che, anche in presenza di un incremento delle risorse allocate, potrebbe essere abbassato per poter permettere un incremento del numero dei progetti finanziati. Il secondo aspetto è strettamente collegato al primo e attiene al numero massimo di Unità per progetto che, per il settore SH, è stato fissato a quattro. Il combinato disposto di queste due variabili ha determinato un alto numero di progetti presentati, ognuno dei quali composto da poche unità, e una percentuale relativamente bassa di progetti approvati rispetto alla popolazione dei ricercatori interessati.  Interi settori o sottosettori disciplinari sono stati pertanto marginalizzati o esclusi dai finanziamenti. Una revisione di questi criteri, soprattutto se collocati in un contesto di periodizzazione regolare dei bandi (annuali o al massimo biennali), contribuirebbe a una più equilibrata distribuzione delle risorse e alla rivitalizzazione di aree di rilevante interesse per lo sviluppo della ricerca scientifica e culturale nel nostro Paese. Altro aspetto delle caratteristiche dei progetti che ha dei margini di miglioramento attiene al meccanismo di incentivazione della ricerca per il Sud. Pur apprezzando l’impegno in questo specifico campo, si è costatato che la “Linea Sud”, che prevedeva l’aggregazione di unità di ricerca localizzate esclusivamente in aree del meridione, da un lato ha comportato difficoltà di composizione di gruppi di ricerca in quanto la mera localizzazione geografica non garantisce comuni interessi di studio e,dall’altro, determina il rischio di creare delle “riserve geografiche” e di mancare l’obiettivo di attivare processi virtuosi di networking tra Atenei meridionali e Atenei del resto del paese. A tal proposito si suggerisce di introdurre, piuttosto, delle regole premiali per quei gruppi di ricerca che includano unità afferenti ad Atenei meridionali. Questa misura favorirebbe la creazione e il consolidamento di network di ricerca nazionali che siano in grado di gestire il pluralismo territoriale in chiave unitaria e integrata. Infatti, il pluralismo territoriale, caratteristica del sistema italiano, si concretizza in aspetto di ricchezza dato dalla diversità del patrimonio paesaggistico, culturale e umano dei territori ma descrive anche le radici territoriali di disuguaglianze e fragilità che possono essere gestiti efficacemente solo con strategie inclusive.

Auspica inoltre che all’interno dei progetti PRIN (e più in generale del finanziamento pubblico alla ricerca) venga riservata una quota parte di risorse alla ricerca curiosity-driven, volta alla comprensione profonda dei fenomeni/processi studiati, per la quale non ci si attenda immediati effetti in termini di policies o di governo dei fenomeni/processi.

3. Revisione delle modalità di selezione e valutazione dei progetti

Le criticità riguardanti questo aspetto attengono in primo luogo alla opacità che ha contraddistinto diverse fasi del processo di valutazione dei progetti. La procedura adottata ha previsto infatti una prima fase di valutazione dei Principal Investigators che prescindeva dalla qualità del progetto e dal gruppo di ricerca e finalizzata alla verifica dell’esperienza e della precedente attrattività di fondi del PI. Questo meccanismo ha non solo eliminato molti progetti, con i relativi gruppi di ricerca e di unità, senza che ci sia stata una valutazione della loro qualità, ma ha alimentato una sorta di logica della “premialità” ex ante che di fatto ha favorito la riproduzione di squilibri – tra gruppi e tra aree – e non certo il loro superamento.

Vanno inoltre perfezionate le schede di valutazione dei progetti che, limitate ad indicare punteggi e, solo in alcuni aspetti, accompagnati da sintetici giudizi, impediscono per un verso una compiuta assunzione di responsabilità da parte del valutatore e, per un altro verso, che la valutazione possa costituire occasione di miglioramento per la redazione futura dei progetti. Una certa sorpresa suscita infine il fatto che i vari cicli del PRIN non siano mai stati sottoposti a valutazione dei risultati resa pubblica, nonostante la previsione di legge.

Altro aspetto fortemente problematico deriva dal fatto che il sistema di classificazione dei progetti sulla base dei settori ERC ha determinato che i progetti fossero gestiti e giudicati da panelist e referees di settori e aree distanti. Siamo certamente consapevoli che la tendenza a livello europeo sia quella di lavorare con un approccio per issue e non per disciplina. Tuttavia in Italia l’intero sistema, a cominciare dalla regolazione delle carriere accademiche, funziona secondo la logica dei campi disciplinari e sotto-disciplinari. Si rende pertanto necessario, fintantoché non verrà superato l’attuale assetto normativo italiano basato proprio sulle separazioni disciplinari, individuare alcuni correttivi volti a rendere meno stridente il contrasto tra logiche diverse. Una plausibile ipotesi, tra l’altro in grado di recepire una istanza che la Consulta va da tempo esprimendo, è quella di garantire nei comitati di selezione la presenza di esperti appartenenti ai diversi SSD che afferiscono ai macro-settori ERC.

Se la composizione attuale dal Comitato nazionale dei Garanti della Ricerca, fortemente sbilanciata a favore di poche aree scientifico-disciplinari, lascia davvero perplessi sulle possibilità che vengano garantite le condizioni per un corretto ed equo processo di valutazione dei progetti, la proposta della Consulta è che la formazione dei comitati di selezione avvenga in modo trasparente e, soprattutto, con il coinvolgimento delle associazioni scientifiche, affidando ad esse il compito di proporre una rosa di panelist, rappresentativa dei diversi SSD e di alto profilo scientifico e istituzionale. Rinnova inoltre con forza l’auspicio di un rapido riequilibrio della composizione di tutti gli organi di indirizzo e di garanzia della ricerca nazionale all’insegna del principio di rappresentatività di tutte le macro-aree del sapere.

Coinvolgere le Società scientifiche potrebbe favorire non solo il superamento di alcune criticità e problemi che sembrano di difficile soluzione, ma aprire anche una nuova stagione di comunicazione, e di consenso sul metodo, tra mondo universitario e funzione di indirizzo politico dell’Università.

La Consulta, nell’esprimerLe un sentimento di gratitudine per il lavoro istituzionale sinora autorevolmente condotto, conferma la propria disponibilità al confronto sia con le comunità scientifiche sia con le istituzioni di governo del sistema universitario. Roma, 25 Maggio 2020